L’altro giorno una persona mi ha chiesto, con tono quasi esasperato:
“Ma cos’hanno i ragazzi di oggi? Come si relazionano? Di chi è la colpa?”
Domande che sentiamo spesso.
A volte con preoccupazione. Altre con fastidio.
Eppure, dietro queste parole c’è un nodo che tocca tutti: chi sono questi ragazzi… e chi li ha educati?
Ho iniziato a rifletterci, non solo da coach, ma da madre.
E il pensiero è andato dritto a noi, genitori di oggi.
La maggior parte dei ragazzi che oggi si chiudono in camera, non sanno gestire le emozioni, si difendono con l’arroganza o il silenzio, sono figli della Generazione X e dei Millennials.
Generazioni che hanno vissuto l’autoritarismo del passato… e ne sono rimaste scottate.
Che si sono ripromesse di fare tutto il contrario.
Che volevano crescere figli liberi, mai umiliati, sempre ascoltati.
E hanno finito per diventare genitori senza polso.
Figli poco resilienti, genitori molto confusi
Nel libro “Adolescenti in bilico” di Giorgio Nardone si legge una frase illuminante:
“Quando il genitore non osa più guidare, il figlio vaga nel vuoto della sua onnipotenza.”
I ragazzi di oggi non sono fragili per natura.
Sono fragili perché troppo spesso nessuno ha insegnato loro a reggere la frustrazione.
A sopportare un no.
A faticare.
A capire che l’errore non è una vergogna, ma parte del processo.
E non è colpa loro.
È che li abbiamo protetti da tutto, persino dalle emozioni scomode.
E così si arrendono di fronte a un compito difficile.
Si chiudono quando un’amicizia finisce.
Esplodono di fronte a un limite.
Generazioni che non sanno più educare?
No.
Generazioni che hanno avuto paura di educare.
Perché la Generazione X è cresciuta con i “fai quel che ti dico e basta”.
E i Millennials sono stati i primi a mettere in discussione quel modello.
Ma nel voler evitare i danni del passato, abbiamo perso l’equilibrio.
Siamo diventati amici, confidenti, osservatori.
Ma educare non è solo ascoltare. È anche correggere. Dire no. Fare da guida.
E allora… cosa possiamo fare?
- Recuperare il coraggio educativo.
Non dobbiamo tornare autoritari, ma nemmeno restare assenti.
Possiamo essere autorevoli: fermi, ma accoglienti. - Smettere di chiederci solo “cosa ha mio figlio” e iniziare a chiederci “cosa posso fare io per guidarlo?”
- Fare pace con l’idea che crescere un figlio significa anche sopportare la sua rabbia.
Significa essere odiati per una regola.
E amati, un giorno, per averla data.
In conclusione
Forse non è “colpa” di nessuno.
Ma è responsabilità di tutti.
E ogni volta che un genitore si fa una domanda, si mette in discussione, prova a capire…
...sta già facendo qualcosa di rivoluzionario:
sta tornando a educare.
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