Il rapporto con il proprio corpo: l’adolescenza e l’accettazione di sé

Pubblicato il 10 luglio 2025 alle ore 16:03

Il corpo non è un nemico.

Lo è solo quando iniziamo a guardarlo con gli occhi degli altri.

Tutto è iniziato in un giorno di maggio. Cantavo, avevo un sogno grande e un futuro che sembrava già scritto.

Mi sentivo forte, viva, libera. Finché non arrivò quella frase. Un noto autore mi disse senza mezzi termini che, per l’epoca – erano i primi anni 2000 – ero troppo grassa.
Non era vero.

Ero una ragazza in pieno sviluppo, con il corpo che cambiava, con le forme che iniziavano a delinearsi. Non mi ero mai chiesta se andasse bene così com’era.

Mangiavo con gioia, senza ansia. Mi vestivo come mi piaceva. Mi muovevo nel mondo senza vergogna.
Quella frase, però, si è aggrappata alla pelle. Ha iniziato a scavare, silenziosa, dentro di me. E ha dato il via a un rapporto malato col cibo, con lo specchio, con la bilancia.
Un rapporto che, per certi versi, oggi sto ancora guarendo.

Il corpo in adolescenza: una rivoluzione

L’adolescenza è un terremoto: il corpo cambia, la pelle cambia, il volto cambia. E, spesso, lo sguardo su di sé si trasforma in giudizio. Ci si sente osservati, misurati, commentati.
Non è un caso se i disturbi dell’alimentazione (DA) iniziano sempre più spesso tra gli 11 e i 16 anni.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, negli ultimi anni l’età di insorgenza è crollata e i casi sono aumentati esponenzialmente, anche tra i maschi【1】.

Ma non voglio soffermarmi qui sui disturbi alimentari.
Voglio parlare del malessere più sottile. Quello che ti fa abbassare lo sguardo quando ti spogli.

Che ti fa dire “non valgo” solo perché il tuo corpo non corrisponde a quello che vedi online.
Quello che ti fa nascondere o, peggio, rincorrere modelli impossibili.

Accettarsi non significa accontentarsi

Spesso i ragazzi mi chiedono: “Ma quindi devo per forza piacermi così come sono?”
No. Accettarsi non vuol dire rinunciare a migliorarsi.
Vuol dire riconoscere il proprio corpo come parte di sé, con rispetto.
Vuol dire imparare a dire:

  • Questo è il mio corpo, non un biglietto da visita.”

  • “Merito rispetto, anche se non sono perfetto.”

  • “Posso migliorare qualcosa, ma senza disprezzarmi.”

In adolescenza, il corpo è spesso vissuto come un nemico da domare o una merce da esporre.
Ma è il nostro primo alleato. È ciò che ci permette di cantare, ridere, abbracciare, correre, sognare.
E per rispettarlo davvero, serve un lavoro profondo anche sulla mente.

Se ti nascondi, forse non sei tu a sbagliare

La domanda più importante da farsi è questa: “Da dove arriva il mio disagio?”
A volte arriva da modelli irraggiungibili. Altre volte da parole che ti hanno ferito.
Altre ancora da quel bisogno antico di sentirsi apprezzati, amati, scelti.
E allora dici sì a tutto. Perfino a una dieta assurda. Perfino a un corpo che ti fa male.

Come coach, non ho ricette né diagnosi.
Ma posso dirti che ogni volta che qualcuno inizia a parlare, qualcosa si scioglie.
E se ti senti stanco, fragile, sbagliato… puoi chiedere aiuto.
Non è debolezza, è il primo vero atto di forza.

Non importa quanto pensi che il tuo problema sia 'piccolo':
ascolta il tuo corpo e prenditene cura.

Molte persone vivono con un rapporto complesso con il cibo, senza riconoscerlo come un problema.
Si tende a credere che solo chi è visibilmente sottopeso soffra di un disturbo alimentare, ma non è così.
I disturbi alimentari non si misurano sulla bilancia: si nascondono anche in abitudini che, nel tempo, possono avere conseguenze importanti sulla salute fisica ed emotiva.

Privarsi costantemente di nutrienti essenziali, seguire regole alimentari rigide o vivere il cibo con sensi di colpa sono segnali da non sottovalutare.

Le restrizioni alimentari, infatti, possono influire su metabolismo, ormoni e salute generale, portando a problematiche come menopausa precoce, osteoporosi o difficoltà metaboliche, anche anni dopo.

È importante sapere che i disturbi alimentari non sono solo quelli “estremi”.

Tra i segnali da osservare ci sono: restrizioni continue, senso di colpa dopo aver mangiato, fissazione per il peso o ossessione per la "salute perfetta".

Non serve arrivare a un punto estremo per riconoscere un problema: chiedere aiuto non significa ammettere una debolezza, ma prendersi cura di sé.

Se ti riconosci in questi comportamenti o pensieri, sappi che non sei solo.

Esistono professionisti e risorse pronte ad aiutarti.

Il tuo corpo è la tua casa: trattalo con gentilezza e rispetto.

Prendersene cura oggi significa costruire un domani più forte e sereno.

Ai genitori

Anche noi adulti, spesso, abbiamo lottato contro il nostro corpo. E proprio per questo possiamo insegnare il rispetto.
Possiamo smettere di commentare corpi altrui a tavola. Possiamo evitare di dire “mi sento uno schifo” davanti ai nostri figli.
Possiamo ascoltare. Non giudicare. E, soprattutto, non minimizzare il disagio di un figlio o una figlia che non si sente a posto con sé stesso.

Le parole che curano

Quelle che feriscono le conosciamo già. Ma ci sono anche parole che curano.
Possono essere poche, ma vere:

  • “Sei molto più del tuo corpo.”

  • “Il tuo valore non si misura con una taglia.”

  • “Non hai bisogno di essere perfetto per essere amato.”

Oggi, se tornassi a quel giorno di maggio, a quella frase, mi direi questo:
“Non credere a chi ti fa sentire sbagliata. Proteggi la tua voce. E se vuoi, chiedi aiuto: il tuo corpo merita di essere abitato, non odiato.”

Fonti:

[1] Istituto Superiore di Sanità – Rapporto DA 2023
[2] Giorgio Nardone, “Oltre i limiti della paura”
[3] Stefano Bartoli, “Il corpo in trappola. La mente nei disturbi alimentari”

 

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.