Il potere del gioco nella relazione genitori-figli

Pubblicato il 24 luglio 2025 alle ore 15:00

Ieri sera, mentre aspettavo che i ragazzi finissero di farsi la doccia, ho iniziato a scrollare il cellulare alla ricerca di una foto da mostrare a un’amica. Ma come spesso succede, mi sono ritrovata a guardare tutt’altro.
È comparso un video che avevo dimenticato: io, insieme ai miei bambini di due e quattro anni, intenti a giocare a un gioco "assurdo", una specie di gara di performance buffe in salotto.
Guardandolo ho sorriso, poi mi sono un po’ commossa.
Perché la verità è che a me non è mai piaciuto giocare

Non sono mai stata quella mamma creativa, capace di inventarsi storie con le bambole o combattimenti con i supereroi. Il gioco era qualcosa che delegavo volentieri al papà, più istintivo, più divertente.
Eppure… ho sempre cercato di farlo, perché so quanto è importante. E perché quei momenti, anche se pochi, anche se faticati, restano scolpiti nei ricordi.

Il gioco: un linguaggio universale

Giocare non è solo un’attività. È un linguaggio. È il modo con cui i bambini esplorano il mondo, apprendono, comunicano e soprattutto si sentono visti.
Secondo Jean Piaget, padre della psicologia dello sviluppo, il gioco rappresenta una funzione fondamentale per la crescita cognitiva: attraverso il gioco simbolico, il bambino interiorizza regole sociali, costruisce categorie mentali, sviluppa empatia e immaginazione.

Il gioco serve a pensare, ma anche a sentire.

Giocare è relazione

Quando un genitore gioca con il proprio figlio non si sta “intrattenendo”. Sta entrando nel suo mondo. Sta dicendo: “Ti vedo. Mi interessa ciò che sei. Voglio stare con te, anche nel tuo modo di stare nel mondo.”
Molti genitori mi dicono: “Ma io non riesco, mi annoio.”
È comprensibile. Ma la buona notizia è che non esiste un solo modo di giocare.

📌 Anche leggere un libro animandolo può essere gioco.
📌 Anche cucinare una torta insieme può diventare un momento ludico.
📌 Anche fare finta di essere robot mentre si apparecchia la tavola è un gioco.

Il gioco è un modo per creare complicità, ed è da lì che nasce l’autorevolezza. Non da una voce più forte, ma da una relazione più forte.

I benefici del gioco (con studi alla mano)

✔️ Sviluppo cognitivo:
Studi longitudinali (Bergen & Fromberg, 2009) dimostrano che i bambini coinvolti in giochi simbolici e creativi sviluppano migliori capacità linguistiche e di problem-solving.

✔️ Regolazione emotiva:
Il gioco condiviso con un adulto migliora l’autoregolazione emotiva (Pellegrini, 2005). In pratica: il bambino che gioca con un genitore che si sintonizza con lui impara a riconoscere e modulare le proprie emozioni.

✔️ Sicurezza affettiva:
Secondo gli studi di Bowlby e Ainsworth sull’attaccamento, i momenti di gioco contribuiscono a rafforzare il legame di base tra adulto e bambino, soprattutto quando sono accompagnati da risate, vicinanza, contatto.

Non è troppo tardi. Mai.

Forse pensi: “Ormai mio figlio è grande… e poi io non so giocare.”
Ma ti dico una cosa: non è mai troppo tardi per imparare a divertirsi insieme.
I ragazzi, anche gli adolescenti, hanno bisogno di sentire che si può ridere in famiglia, che il tempo insieme può essere leggero.
Il gioco evolve con l’età: può essere una partita a carte, una sfida a ping-pong, una battaglia con i cuscini.

L’importante è esserci con intenzione.

Una connessione che resta

Guardando quel video mi sono ricordata che anche se per me giocare è sempre stato difficile, ogni volta che l’ho fatto, non me ne sono mai pentita.
Perché in quei dieci minuti di gioco succedeva qualcosa. Una scintilla. Un legame che si nutriva.

Non serve essere genitori perfetti. Ma quando giochiamo, siamo davvero presenti.
E quella presenza resta nel cuore di un bambino, anche quando cresce.

 

E tu? Giochi coi tuoi figli?

Fammi sapere nei commenti o in privato che rapporto hai col "gioco", cosa ne pensi...

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